Ridendo e scherzando, sono già passati 20 anni da quando Aurelia Fabrizio, Ercole Zarrella e famiglia presentavano a Terra Mia-BianchIrpinia 2006 le prime bottiglie del loro Fiano di Avellino (vendemmia 2004).
Era il “debutto in società” di Rocca del Principe, realtà artigiana capace fin da subito di aggiungersi ai punti di riferimento del comprensorio di Lapio, patria storica del vitigno irpino e “azionista di maggioranza” della denominazione con circa 140 ettari vitati idonei a DOCG registrati nel comune (su un totale di circa 560).
Oggi come allora, la parte più difficile non era però attirare l’attenzione da esordienti, bensì conservarla e rafforzarla quando l’effetto novità sfuma e il circo passa compulsivamente alla cosa successiva. Rocca del Principe ci è riuscita, fino a diventare un vero e proprio classico, fondamentalmente grazie a due fattori distintivi:
- Un’eredità familiare orgogliosamente radicata nella comunità locale. Tanto che le prime due uscite erano una specie di Spätlese con generoso residuo zuccherino, ispirate alla tradizione del “filtrato dolce”: tipologia diffusa a Lapio come e più della versione ferma-secca nel Secondo dopoguerra, quando la varietà era pressoché scomparsa in Irpinia.
- Un’idea viticola e stilistica ben precisa. Perché Lapio è un macrocosmo e, a seconda dei versanti, delle esposizioni e dei suoli, può plasmare vini molto molto diversi per intensità, struttura, nerbo, traiettorie evolutive. La famiglia Zarrella-Fabrizio ha puntato tutto, da tempi non sospetti, sull’enclave più alta, fresca e verdeggiante del comune: i circa 7 ettari coltivati a fiano si concentrano principalmente tra Arianiello e Tognano, cuore della costa (nord)ovest che si affaccia verso Montefalcione e Montemiletto. Non è un caso, insomma, se quelli di Rocca del Principe siano regolarmente tra i bianchi più ariosi, verticali e saporiti del comune: anche dopo un’estate come questa, le vigne sono a dir poco rigogliose e basta farci un salto per inquadrare il tutto senza bisogno di tante parole.

Assaggi e riassaggi
Doveva essere una rapida sosta per un saluto e quattro chiacchiere, invece l’ultima scorribanda a Rocca del Principe si è rivelata una preziosa occasione per assaggiare i nuovi vini da vasca e ritornare su diverse uscite testate a più riprese in questi anni. Approfittandone anche per fare il punto su una gamma pian piano ampliata nel corso del tempo: i Fiano di Avellino oggi sono tre, a cui si affianca una Coda di Volpe (Nonna Volpe) e due rossi (Aglianico e Taurasi Aurelia, dall’ettaro e mezzo di proprietà di contrada Campore, posizionato sul versante opposto rispetto ad Arianiello-Tognano).

Fiano di Avellino Versante d’Ercole. È l’etichetta che ha raccolto l’eredità dell’unico vino prodotto stabilmente da Rocca del Principe fino alla vendemmia 2013 compresa, derivante da un assemblaggio variabile dei vigneti di proprietà dislocati tra Lenze, Arianiello e Tognano. Fa quasi un anno sur lie in acciaio ed esce sul mercato a circa un anno e mezzo dalla vendemmia.
Ercole ci aveva acchittato una vera e propria verticale a sorpresa, che ha confermato ancora una volta il livello altissimo della cantina di Lapio: tutte le bottiglie in splendida forma, nessuna versione “minore”, continuità stilistica e fedeltà espressiva alle annate di partenza chirurgiche. Qualche appunto di viaggio:
2024 | Aromaticamente più “giallo” e gustativamente meno elettrico del solito, in compenso già piuttosto equilibrato e piacevole: non c’è da meravigliarsi, considerando l’annata bella calda.
2023 | I cromatismi qui sono decisamente più “bianchi” e il profilo è più contratto al naso, ma anche maggiormente vivo e scalciante, quasi “grecheggiante”. Cuoricino.
2018 | In stato di grazia, un momento perfetto per stapparlo: ancora tutta la tempra giovanile del cedro, del muschio e delle erbe officinali, ma anche lampi di complessità evolutiva e un sorso tridimensionale, ricco di sapore, lapiano nel senso migliore del termine.
2017 | La grande sorpresa della verticale: marzapane e latte di mandorla ad evocare il millesimo iper-torrido e ultra-siccitoso, ma anche tanto frutto bianco e giallo croccante, senza sbracamenti orizzontali. Anche qui, un momento ideale per stapparlo.
2015 | Altra annata molto calda, che ha tuttavia forgiato diversi Fiano di Avellino buonissimi e che stanno evolvendo magnificamente. L’identikit calza a pennello: tripudio di fiori e frutta estiva, un tocco nocciolato e bocca che si appoggia totalmente su uno strato salino quasi saturante.
2011 | Era e resta una delle migliori interpretazioni di una vendemmia decisamente poco nelle mie corde, un po’ come la 2017: forse il vino più didattico della verticale per capire il lavoro di Rocca del Principe.
2010 | Versione più ondivaga, complice una partita di tappi che ha creato problemi, ma quando si pesca la bottiglia giusta – come in questo caso – c’è solo da dissetarsi e godere: pallina da tennis, lime, menta, pasta frolla, sorso avvolgente e guizzante.

Fiano di Avellino Riserva Tognano. Il cru prodotto a partire dall’annata 2014 dalla vigna più vecchia, impiantata nel 1990. Si colloca nella porzione più alta (circa 550 metri slm) del toponimo che lo battezza: è una frazione a sé stante, ma inquadrabile comunque come una sorta di lieu-dit del pendio di Arianiello. Anche in questo caso lunga maturazione solo in acciaio dopo una breve macerazione pre-fermentativa, con commercializzazione a circa due anni e mezzo dalla vendemmia.
2023 | Sulla falsariga del “fratellino” Versante d’Ercole, ma più linfatico e speziato. Promette molto bene, in linea con lo stile marcatamente “appenninico” che caratterizza quasi sempre il Tognano, specialmente dalla vendemmia 2016.
2016 | Come si dice, lupus in fabula: ennesima testimonianza di quanto sia meritata la fama di questa riuscita, tra i più grandi bianchi irpini della storia recente. Adesso è tutto sulle sensazioni di ostriche, torba ed erbe essiccate, con un’intensità iodata fuori scala.

Fiano di Avellino Riserva Neviera di Sopra. Prodotto per la prima volta nell’annata 2019, è il vino che per certi versi simboleggia il definitivo coinvolgimento a tempo pieno della nuova generazione (Maria Rita, Simona e Martina, le tre figlie di Aurelia ed Ercole). Arriva da una vecchia parcella collocata nella contrada da cui prende il nome, così chiamata perché lì veniva conservata la neve in un apposito pozzo fino all’estate successiva, in forma di ghiaccio, data la sua esposizione a nord.
Matura per circa un 20% in fusti di rovere e viene commercializzato a circa 4 anni e mezzo dalla vendemmia.
2021 | Nitido ed espressivo, al naso mostra già la stoffa di un vino “importante” con le sensazioni agrumate e affumicate a comandare. La bocca è forse un po’ più tenera di quanto ci si aspetterebbe, ma anche il 2019 in partenza dava questa impressione e si è poi compattato e rinvigorito con grande autorevolezza, per cui: stiamo a vedere.

Anteprima 2025. Anche da Rocca del Principe i 2025 assaggiati in vasca letteralmente entusiasmano. Una storia che si ripete, non solo sul Fiano e non solo in Irpinia: dovremo approfittare di una vendemmia dall’andamento agro-climatico quasi normale, da cui stanno prendendo forma tanti bianchi e rossi gustosi e dinamici, da leccarsi i baffi.

