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Lo strano caso dei due St. Jacques

St.Jacques

Lo abbiamo capito piano piano che dietro il regalino c’era una piccola fregatura. Giovani, bellocci (non tutti in effetti), laurea e master in giornalismo enogastronomico in tasca e una strada spianata nel mondo che sognavamo. Lavorare assaggiando vini, fianco a fianco a quei tizi fuori forma che fino a poco tempo prima sbirciavamo in tv. Che figata!

Peccato che alla festa avessero già stappato le bottiglie migliori. Per carità, rifarei mille volte quel percorso, sono strafelice del mio lavoro e innamorato come il primo giorno; però è certo che al nostro arrivo il cambiamento era in atto e il burrone all’orizzonte.

Tranquilli, non è con i postumi di un fattone da partita Iva che voglio affossare l’umore da ombrellone. Come va il mondo è chiaro a tutti e il nostro strano mestiere non fa eccezione. I mugugni riguardano una questione molto più spicciola, almeno in apparenza.

“Eh, ma sapessi in quegli anni che grandi vini si potevano comprare! Pensa che ho pagato quello Chambertin 40 euro”. Grazie di ripetercelo ogni tre per due. Grazie per mortificarci con bottiglie da sogno, accatastate in altre epoche, che oggi sarebbero semplicemente impossibili da comprare, per una persona normale. Non povera, normale. Quelle del ceto medio che non c’è più, di una certa borghesia che non fa(ceva) fatica a comprarsi la casetta, la macchina nuova, a mangiare di tanto in tanto in qualche buon ristorante e avere un hobby. Che poteva essere quello del vino, per esempio, con tanto di “cantina ampia, spaziosa, ben areata e rallegratela di tante belle bottiglie”, per dirla alla Giacomo Bologna. Flaconi serissimi, nei casi migliori, con tanto di grand cru borgognoni e celebrati chateau bordolesi.

Oggi quelle bottiglie finiscono lontane dai luoghi di produzione. Via dall’Europa, in molti casi, sulle tavole dei super ricchi: una specie di champions league dei potenti di tutto il mondo. Gli stessi che, prendendoci gusto, dopo le casse cominciano a comprare direttamente le cantine.

E noi poveri cristi? Al solito ci accontentiamo delle briciole che cadono dal tavolo. I più intraprendenti e testardi si prodigano in sforzi collettivi pur di sentire una goccia del vino agognato, organizzando appuntamenti che ricordano i bar anni ’60 in cui era arrivata la televisione; ma è certo che portare a tavola il grand cru del domaine mitico o il vinone dello chateau dei sogni è diventato durissimo.

Fa sensazione, dunque, quello che è accaduto a me e alla Leo qualche giorno fa. In giro per i soliti assaggi di stagione, siamo stati catapultati in due belle cene e altrettanti ospiti come si deve. Ci sta, in certi casi, che qualcuno dimostri la sua generosità stappandoti, per dire, un Clos St. Jacques di Rousseau. Ma che la cosa si ripeta per due sere di fila, come se non bastasse bissando pari pari il millesimo (2008), è probabile come vincere alla lotteria.   

Il bello però viene ora e il mistero è servito. Se la bottiglia della prima sera (03/07/16) era spettacolare per armonia e compiutezza, pur nel solco di un millesimo dritto e verticale, caro ai borgognofili, quella della seconda (servita senza che sapessimo cosa fosse, per la verità) sembrava più semplice e ossuta, meno matura e con un finale più stretto. Senz’altro bisognosa di essere aspettata ancora un po’.

Sarà vero che assaggiare vini in momenti diversi cambia la loro percezione? Che un giorno frutto ti fa apparire le cose diverse da uno fiore e che quello radice rende tutto più problematico?* Non saprei davvero.

Indaga indaga però una differenza tra le bottiglie l’ho trovata, e forse una spiegazione plausibile anche. La prima era stata acquistata in un ristorante pochi giorni prima di essere stappata (facendo chissà quali giri, in vita sua); la seconda è passata dalla cantina del produttore a quella del nostro benefattore (che vanta una storica assegnazione, beato lui). Sta a vedere che la sua integrità e l’estrema giovinezza siano dovute proprio a questo.

Questi vini, ormai incredibilmente speculativi, cambiano facilmente padrone, viaggiano di mano in mano e attraversano i continenti. Cose che, si capisce, possono incidere sul loro stato.

Ecco perché ci siamo noi. Professionisti lungamente addestrati e sprezzanti del pericolo, disposti a qualsiasi impresa pur di non far bere il vino sbagliato al riccone di turno, sacrificandoci nell’assaggio e spiegando per bene come stanno le cose.

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*Secondo il calendario Thun, sia domenica 3 che lunedì 4 luglio erano giorni fiore, con passaggio a giorno radice dopo le 22 di lunedì 4.

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